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Lastra a Signa On Tour
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UNA VOCE PIU' BELLA DEL SILENZIO

Meraviglie a Bellosguardo

Regione Toscana - Toscana, ovunque bella…

 Di seguito, la versione integrale del racconto pubblicato sul portale Toscana, ovunque bella…

Autore:      Cesare Baccetti           

Titolo:        Una voce più bella del silenzio

Sottotitolo   Meraviglie a Bellosguardo    

L’incontro

L’avevo incontrato più volte all’osteria di sotto. Noi mangiavamo sul retro, minestra di fagioli e poco altro, lui nella grande sala dove il grande camino riscaldava bene l’ambiente. Seppure avessi lavorato, come scalpellino, da oltre un mese alla villa di Bellosguardo, non l’avevo mai visto. Se ne sentiva parlare ovunque lassù, i contadini per un verso, con le loro storie fatte di magia e mistero, gli addetti alla casa, con i pettegolezzi dell’ultima ora. Nelle loro voci e nei loro sguardi però c’era sempre un grande rispetto per l’uomo, più che per il padrone o per la gran celebrità che tutti conoscevano.

Enrico Caruso, non era solo un nome, una voce. Era una leggenda. Una celebrità che viveva a Lastra a Signa, in una villa splendida, come se fosse in un vero e proprio rifugio personale, lontano dalla mondanità. Ed io dovevo ritenermi fortunato poiché avevo realizzato, insieme al mio compagno Cecco, la balconata in pietra, e le due sedute corrispondenti, proprio a margine del viale alberato. Da lì si vedeva il mondo, città e campagna,  pianure e colline, sole e cielo, confusi. Da lì si apprezzava il silenzio e la quiete.

Mangiava sempre da solo, talvolta faceva qualche parola con l’oste. Una volta in trattoria l’avevo visto parlare con un uomo, che all’apparenza sembrava quasi un mendicante. Aveva però la fronte alta e gli occhi austeri, caratteristiche che in genere i poveri non hanno. Dino, Dino Campana, si dice sia uno scrittore, rispose l’oste alla mia curiosità, un tipo taciturno, un po’ strano rispetto ai soliti frequentatori del locale. Nei giorni successivi i due si erano messi allo stesso tavolo, l’uno vestito in doppiopetto e l’altro in camicia scura e corpetto, entrambi molto consumati dal tempo. Una coppia curiosa, che però mi attraeva, per quella sorta di diversità obliqua che poi s’incontra in un punto.

Facevo lo scalpellino, nonostante la mia famiglia fosse di origine contadina. A Lastra a Signa non c’erano che quei due mestieri, oltre alla lavorazione della paglia. Il più delle volte lavoravo in cava, più raramente a domicilio. L’avevo scelto perché pensavo fosse un lavoro artistico, ma capii presto che si lavorava più per il lavoro quadro, che per le forme dell’anima. Ogni tanto scrivevo per me stesso, nonostante la terza elementare, altre volte recitavo i canti della Commedia, come mio padre mi aveva insegnato fin da piccolo.

Quando lavoravamo in paese il proprietario della cava ci autorizzata a mangiare in osteria e lì mi divertivo a curiosare in un mondo più grande del mio. Da quando li avevo visti mangiare e discutere insieme la mia curiosità era cresciuta e cercavo di trattenermi più che potevo per osservare i gesti, immaginandomi parole e musica. Un giorno, alle sette del mattino, nell’andare a lavoro in villa, per le ultime rifiniture sulla scalinata del giardino, incontrai Dino che percorreva la mia stessa strada. Camminava davanti a me con passo svelto, ogni tanto si fermava, con gli occhi nel vuoto, come se si fosse smarrito. Cercai di tenere il passo senza farmi notare, per cercare di smarrirmi anch’io di fronte ad un niente. Entrò dalla parte del casiere e si diresse subito lungo il viale che portava all’ingresso. Sarei dovuto andare subito verso il giardino della villa dove mi aspettava il fattore. Avrei inventato una scusa.

 

Cercai di seguirlo dietro da dietro la grande siepe di alloro. Si fermò proprio sulle sedute in pietra della balconata che avevo scolpito il mese precedente. Sembrava aspettasse qualcuno. Chi a quell’ora? Forse una donna. Si appoggiò alla balconata. Poi si sedette di nuovo. Silenzio assoluto. Si mise a scrivere su un quadernetto guardando la quiete. Dalla villa si cominciò a sentire alcune note al pianoforte. Il suono arrivava nitido fino a lì. Lui si voltò all’improvviso, come un lupo, verso quel suono. Poco dopo la voce di Caruso si mischiò alle note con armonia, forza e bellezza inconsueta.  Si mise a scrivere quasi senza pensare. Una pagina dopo l’altra come se fosse affamato di tutto e di niente.

Pochi minuti e tutto finì. La musica e lo scrivere ardito nel vento. Avrei potuto mettermi seduto ed aspettare anche io il silenzio.

 

Le sue rose, le mie rose…

Un libretto ingiallito trovato in una vecchia valigia di mio nonno. Da quel momento mi ero appassionata a Enrico Caruso e a Dino Campana. “Abbiamo trovato delle rose, erano le sue rose, erano le mie rose, questo viaggio chiamavamo amore...” Forse erano state scritte proprio là. Me n’ero andata dall’Italia nel 1960. America, New York. Non avevo fatto fortuna, ma la mia vita era più che agiata. In estate avevo scelto Firenze per le mie vacanze, forse per cercare una villa a Lastra a Signa, un luogo, un tempo e due personaggi che mio nonno aveva conosciuto. Era lì che aveva proprio fatto un’opera d’arte..

  • E’ sicura che la strada sia questa? – mi chiese il taxista.
  • Non vede i cartelli: Villa di Bellosguardo, Museo Enrico Caruso…

Ho cercato subito quella balconata, ma non era facile scoprire un rifugio segreto in mezzo a tanta bellezza. Una villa splendida, dai mille volti, sobrietà e diletto, giardini all’italiana, odore di bosco selvatico e opere d’arte che si confondevano con il vento. Mi sono andata a sedere nella balconata in una delle due sedute in pietra. L’aveva fatte mio nonno. E lì c’era stato Caruso ed un poeta scontroso e ribelle.  Ho guardato quelle colline, quella quiete assoluta ed un silenzio assordante. Mi sono seduta in compagnia di un ricordo lontano.

All’improvviso, dalla villa sono giunte delle note ed una voce, una voce più bella del silenzio…